1966. Ininformalmente

Arrivato ad un certo punto della vita, e dopo una serie di riflessioni, ho cominciato ad essere estremamente riluttante e cauto nell’utilizzare il pronome “io” nel discorrere e nell’esprimermi in generale. La considerazione che feci fu: “Passiamo tutta la vita a dire e ripetere “io”, da quando siamo bambini sino alla morte, ma “io” non sono l’ “io” di quando avevo dieci anni e non sono neppure l’ “io” di quando ne avrò novanta. Ma neppure quello di dieci minuti fa, o di un nanosecondo fa, a ben pensarci. Dunque di cosa sto parlando, di una realtà o di una convinzione? Se si tratta di una realtà, perché essere pedissequamente assertivi ad ogni piè sospinto? Sono autoevidente a me ed agli altri. Parrebbe quasi il manifestarsi inconscio di un puerile timore, di perdere la propria identità o che gli altri non ci vedano o riconoscano. Non ha senso, ma ne ha invece se quell’ “io” fosse perlappunto una convinzione, un arbitrio senza un corrispettivo reale o/e il nascondimento della paura di cambiare e/o di essere accettati dagli altri. D’altronde ogni volta che pronunciamo “io” suona come un aggressiva prevaricazione, come una sottolineatura sottesa di un “tu” che con me non ha nulla a che spartire, o che è a me subordinato. Non propriamente il migliore degli atteggiamenti nel caso si sia interessati al dialogare ed al condividere”. E così cominciai a fatica a disintossicarmi da quel pronome che spesso abusiamo per pura abitudine, a trattarlo come fosse una parolaccia; debbo dire con molta gratificazione. Consiglio a tutti i temerari il tentativo e la sfida, si riscoprirà perlomeno la bellezza e la ricchezza della nostra lingua e ci si renderà conto della miriade di sillabe risparmiate. Sempre tenendo però presente che, come tutte le parolacce: “Quanno ce vò ce vò”

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