2016. L’inconsapevolezza manifesta

Sembra che il Santo Graal dei nostri tempi sia la cosiddetta “Consapevolezza”. Qualcosa di cui tutti parlano e straparlano, su cui si formulano ipotesi, vagheggiamenti e tanta vuota retorica. Su cui si creano miti, paradigmi, dogmi, dottrine, ma su cui praticamente nessuno sembra avere il minimo barlume di concreta chiarezza. Consapevolezza è semplicemente una parola, di cui uno dei sinonimi più aderenti ed efficaci è: responsabilità. È facilissimo quindi, scambiando i due termini in un discorso, verificare se ciò di cui si parla ha senso oppure no. Un test infallibile ma di poco successo, poiché di solito chi rincorre l’utopica “consapevolezza” è proprio dalla responsabilità che sta fuggendo

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1961. Stille di lingua morsicata

– Alla tua età già due figli piccoli a cui badare…

– Ma no, ne ho solo uno!

– Ma si, l’altro è quello che ti ostini a chiamare marito. D’altronde capisco che sono solo parte del tuo continuare a giocare a fare la grande, visto che ancora vuoi dipendere anima e corpo dagli adulti e non manifesti alcuna intenzione di crescere. Visto che ancora sbatti i piedi e fai capricci, bronci e moine per ottenere dagli altri quello che vuoi, invece di impegnarti per raggiungere i tuoi obiettivi in autonomia. E mentre tu te ne stai nel tuo magico mondo immaginario, noi continuiamo a badare a te e ai tuoi balocchi; ma un giorno non ci saremo più e, volente o nolente, ti dovrai assumere quelle responsabilità e quei carichi che distribuisci altrove. E ti assicuro che ti accorgerai quanto la favola della cicala e della formica fosse vera

1857. Escapologia

1857a

Scimmie illusioniste, scimmie illuse. Scimmie che credono, scimmie che negano. Scimmie che opinano, scimmie che plaudono. Scimmie che nascondono, scimmie che rivelano. Scimmie che promettono, scimmie che tradiscono. Scimmie che ostentano, scimmie che urlano. Scimmie che scrivono, scimmie che leggono. Scimmie ammaestrate ad obbedire, scimmie ammaestrate a ribellarsi. Scimmie che aspettano, di uscire da un cilindro su di un palco; scimmie che scimmiottano lo scimmiottare. Ma cosa, cosa c’è d’umano nell’umano? La capacità di imitare un idea d’umano? Le mille espressioni d’una maschera sul nudo muso? Vivere nell’invenzione di mondi d’allucinazione? Assomigliare ad un dio creato per assomigliare? L’insopprimibile inclinazione al fascino per la prestidigitazione, per lo spettacolo che distrae dal vero? Eppure, senza trucco e senza inganno, senza pubblico pagante, ne attento ne meravigliato, dietro il sipario della grottesca farsa pseudoumana, la natura continua a fare le sue magie ed i suoi miracoli. Tra questi veli e questi drappi ornati, oltre i labirintici panneggi d’inutile pensiero e gli intrichi di passamanerie, barocche di emozioni sterili, oltre il disgusto per il tanfo insopportabile d’animalità, mischiato agli artificiali profumi per coprirlo, cercare un pertugio da cui sbirciare cosa succede fuori dal tendone di codesto assurdo improbabile circo; forse, la meno folle delle follie e per questo la più imperdonabile

1857

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Il mio cervello è la chiave che mi rende libero (Harry Houdini)

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