1978. Cecità alla cecità

– Senza la luce non potremmo vedere niente…

– No, è senza l’ombra che non vedremmo niente!

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1974. Il limbo degli ontosauri

Vero e falso non riguardano mai le “cose”; riguardano la percezione delle “cose” e le idee che da essa scaturiscono.

Al che ci potremmo leggittimamente chiedere, visto che l’essere umano può, e lo fa, falsificare se stesso anche oggettivamente, quale sia il grado di realtà del suo esistere. Se egli sia più ente virtuale che materiale, e se questa virtualità possa essa stessa essere definita reale oppure no. Facciamo un parallelo metaforico con un oggetto d’uso comune, per tentare di sbrogliare la matassa. Senza dubbio un libro è, oggettivamente, solo un blocchetto di cellulosa e inchiostro, eppure tutti(ma anche no) sappiamo che non è propriamente così. E qui viene il punto scabroso: perchè lo sappiamo? Perché è qualcosa di innato in noi o perché abbiamo acquisito, attraverso altri, la cognizione di un contenuto che trascende l’oggettività del libro? È solo un lettore(anche fosse semplicemente chi lo ha scritto) che aggiunge il grado di realtà che il libro in se non possiede; questo è lapalissiano. Ed è quello stesso lettore che fonda involontariamente quella realtà ideica distinta e separata dalla fattuale, in cui un libro non è ciò che è, ma ciò che il libro è per il pensiero. Ordunque, parrebbe il concetto stesso di realtà non abbia in se alcun contenuto di oggettività, ma sia soltanto una proprietà derivata del linguaggio. E non c’è linguaggio senza una pluralità di individui che lo impieghi. Possiamo quindi individuare la realtà come soggetto e oggetto di speculazione, solo ed esclusivamente subordinandola alla possibilità di comunicarla; in ultima analisi riducendola ad una convenzione collettiva derivante dalla condivisione delle percezioni soggettive tradotte in simboli reciprocamente interpretabili dagli interlocutori. Ma in quanto interpretabili, suscettibili di tutti gli accidenti che ne impediscono l’univocità e l’universalità. Se ne deduce perciò sia amaramente ozioso, quantunque stimolante, interrogarsi intellettualmente sulla reale natura del reale nella convinzione di addivenire ad una conclusione soddisfacente e definitiva. Esso “è” a prescindere, senza spiegazioni e senza bisogno di averne. Non solo, ma è proprio la concettualizzazione di esso, il filtro che irrimediabilmente ce ne separa. Cionondimeno è innegabile che l’astrazione simbolica del reale produca effetti reali sul reale stesso, attraverso l’azione umana. Quindi come conciliare ed accettare l’evidenza di due realtà, una oggettiva trans-umana ed una soggettiva prettamente umana, che coesistono separate e coincidenti? Qualcuno ha simbolizzato la nostra condizione, inchiodando un uomo sofferente dove si incrociano il contingente con il trascendente. È la condizione di ognuno di noi. Ma è stato anche detto di quell’uomo che egli fosse un riconciliatore vittorioso, suggerendo che esista un metodo pragmatico per salvare capra e cavoli. Hanno però purtroppo(ma forse inevitabilmente) chiamato questo metodo con un nome: Amore. Facendone così, ahimè, l’ennesimo concetto manipolabile e dunque, per quanto detto più, su inutilizzabile in senso pratico per unire i due mondi cui, lacerati, apparteniamo. A meno, forse, di riuscire a mondarlo completamente di ogni attributo teoretico siamo tentati appioppargli. Un impresa titanica ma non impossibile… dicono

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Indicai alla guida l’orizzonte e quella che mi sembrava un oasi
– “Quella è vera o è un miraggio?”
– “È un vero miraggio” mi rispose ridendo il tuareg
– “Ma che razza di risposta è?” replicai irritato “volevo solo sapere se è una immagine falsa”
– “L’immagine non è falsa, è falso quello che pensi di quell’immagine”
– “Eh… un inganno!”
– “No, non c’è nessuno che ti inganna” disse il tuareg ridendo ancora più scompostamente “chi potrebbe ingannarti qui? Siamo nel deserto. Qui c’è solo Allah, e, sia sempre lode al suo nome, Lui non inganna nessuno. Forse sei tu che inganni te stesso… ma non potresti farlo se non desiderassi ingannarti. Tu vedi un oasi perchè desideri un oasi, altrimenti vederesti solo il miraggio di un oasi!”

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1963. Ermenegilda e il mostro Semionte

Gli enti, hanno in quanto tali un significato in se? Nessuno lo sa. Quello che sappiamo è che per poter descrivere e comunicare gli enti, o anche solo per pensarli, abbiamo bisogno di un linguaggio, ovvero di una serie di simboli, verbali e non, che significhino(quelli si!) ogni specifico ente. È il significato che attribuiamo a questi simboli arbitrario? Certamente! E quindi, di conseguenza, altrettanto certamente è arbitrario ogni significato che trasferiamo dal simbolo all’ente che esso rappresenta. È illeggittimo tutto ciò? È semplicemente la prerogativa del possedere una mente, e senza mente non potremmo con-oscere in maniera co-sciente né, benché attraverso sintassi altrettanto arbitrarie, creare e inventare cose utili, astratte, concettuali o artistiche(sia in senso estetico che propedeutico) utilizzando e combinando i simboli nella nostra immaginazione. Ma il prezzo da pagare è alto: a meno di non essere dei mistici, comporta l’essere eternamente crocifissi tra terra e cielo, tra uranio ed iperuranio, senza mai sapere esattamente dove siamo, ma soprattutto CHI siamo

1959. Il circo delle pulci

Nozione comune ed intuitiva ci debba essere una Verità Ultima omnicomprensiva. Ma proprio perchè ineluttabilmente omnicomprensiva, ed in quanto noi parte inscindibile del Tutto organico da Essa rappresentato, risulta perciò istesso impossibile addivenirvi. Ma consolatevi, ammettendo che quel che definiamo Assoluto sia autocosciente (chiamatelo per comodità Dio o Uno o Divino se volete), esso non si trova in una situazione migliore della nostra. Esso potrà(forse) essere onniscente riguardo le proprie potenzialità espressive intrinseche, i propri attributi, ma anch’Esso dovrà fare i conti con la propria limitazione estrema: esattamente quella di essere l’Assoluto! Esso non potrà mai, per quanti piani e dimensioni volessimo aggiungere ad una logica analitica e descrittiva, cogliere la Verità Ultima; anche se questa fosse ad Esso stesso coincidente. Per farlo Esso dovrebbe osservarsi dall’esterno, ma ovviamente a quel punto non sarebbe più l’Assoluto l’oggetto della sua osservazione e la Verità Ultima si sarebbe immediatamente spostata anch’essa nell’inarrivabile luogo dov’essa risiede per sua stessa natura

1957. L’estraneità del reale

Potremmo a buon diritto affermare, in estrema sintesi, che la filosofia sia un moto verso la disperazione e che la sofiafobia, o fideismo, lo sia in senso opposto. Ma l’unica tragica verità a cui addivenire è che la nostra equidistanza tra contingenza ed idea di Assoluto rimane immutata in ogni caso, qualunque cosa noi si faccia; e questo lo chiamiamo orrore