1974. Il limbo degli ontosauri

Vero e falso non riguardano mai le “cose”; riguardano la percezione delle “cose” e le idee che da essa scaturiscono.

Al che ci potremmo leggittimamente chiedere, visto che l’essere umano può, e lo fa, falsificare se stesso anche oggettivamente, quale sia il grado di realtà del suo esistere. Se egli sia più ente virtuale che materiale, e se questa virtualità possa essa stessa essere definita reale oppure no. Facciamo un parallelo metaforico con un oggetto d’uso comune, per tentare di sbrogliare la matassa. Senza dubbio un libro è, oggettivamente, solo un blocchetto di cellulosa e inchiostro, eppure tutti(ma anche no) sappiamo che non è propriamente così. E qui viene il punto scabroso: perchè lo sappiamo? Perché è qualcosa di innato in noi o perché abbiamo acquisito, attraverso altri, la cognizione di un contenuto che trascende l’oggettività del libro? È solo un lettore(anche fosse semplicemente chi lo ha scritto) che aggiunge il grado di realtà che il libro in se non possiede; questo è lapalissiano. Ed è quello stesso lettore che fonda involontariamente quella realtà ideica distinta e separata dalla fattuale, in cui un libro non è ciò che è, ma ciò che il libro è per il pensiero. Ordunque, parrebbe il concetto stesso di realtà non abbia in se alcun contenuto di oggettività, ma sia soltanto una proprietà derivata del linguaggio. E non c’è linguaggio senza una pluralità di individui che lo impieghi. Possiamo quindi individuare la realtà come soggetto e oggetto di speculazione, solo ed esclusivamente subordinandola alla possibilità di comunicarla; in ultima analisi riducendola ad una convenzione collettiva derivante dalla condivisione delle percezioni soggettive tradotte in simboli reciprocamente interpretabili dagli interlocutori. Ma in quanto interpretabili, suscettibili di tutti gli accidenti che ne impediscono l’univocità e l’universalità. Se ne deduce perciò sia amaramente ozioso, quantunque stimolante, interrogarsi intellettualmente sulla reale natura del reale nella convinzione di addivenire ad una conclusione soddisfacente e definitiva. Esso “è” a prescindere, senza spiegazioni e senza bisogno di averne. Non solo, ma è proprio la concettualizzazione di esso, il filtro che irrimediabilmente ce ne separa. Cionondimeno è innegabile che l’astrazione simbolica del reale produca effetti reali sul reale stesso, attraverso l’azione umana. Quindi come conciliare ed accettare l’evidenza di due realtà, una oggettiva trans-umana ed una soggettiva prettamente umana, che coesistono separate e coincidenti? Qualcuno ha simbolizzato la nostra condizione, inchiodando un uomo sofferente dove si incrociano il contingente con il trascendente. È la condizione di ognuno di noi. Ma è stato anche detto di quell’uomo che egli fosse un riconciliatore vittorioso, suggerendo che esista un metodo pragmatico per salvare capra e cavoli. Hanno però purtroppo(ma forse inevitabilmente) chiamato questo metodo con un nome: Amore. Facendone così, ahimè, l’ennesimo concetto manipolabile e dunque, per quanto detto più, su inutilizzabile in senso pratico per unire i due mondi cui, lacerati, apparteniamo. A meno, forse, di riuscire a mondarlo completamente di ogni attributo teoretico siamo tentati appioppargli. Un impresa titanica ma non impossibile… dicono

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Indicai alla guida l’orizzonte e quella che mi sembrava un oasi
– “Quella è vera o è un miraggio?”
– “È un vero miraggio” mi rispose ridendo il tuareg
– “Ma che razza di risposta è?” replicai irritato “volevo solo sapere se è una immagine falsa”
– “L’immagine non è falsa, è falso quello che pensi di quell’immagine”
– “Eh… un inganno!”
– “No, non c’è nessuno che ti inganna” disse il tuareg ridendo ancora più scompostamente “chi potrebbe ingannarti qui? Siamo nel deserto. Qui c’è solo Allah, e, sia sempre lode al suo nome, Lui non inganna nessuno. Forse sei tu che inganni te stesso… ma non potresti farlo se non desiderassi ingannarti. Tu vedi un oasi perchè desideri un oasi, altrimenti vederesti solo il miraggio di un oasi!”

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1899. Er popolo cojone, ovvero “Pollo alla catalana”

1899

Se ‘ncontrarono na vorta na faina e na vorpe, mentre ch’annavano tutt’e due a rubà l’ova a le galline. Disse la faina “Bongiorno cara vorpe, certo che nun famo na bella vita, meschine noi, sempre a faticà pe magnà, sempre cor patema d’esse beccate…”. La vorpe ce pensò n’attimo e je rispose: “E c’hai ragione sora faina! E nun me pare mica tanto giusto che noi, che semo tanto scaltre, de facce buggerà da sti polli ‘mbecilli e boccaloni. Sai che te dico? M’è venuta na bella idea pe rimette a posto st’ingiustizia!”. E così la vorpe spifferò er da fasse a la faina, che l’approvò stantemente. S’avviò la faina impettita verso er pollaio cò m’pezzo de ramo spesso ne le fauci; e così fece uguale la vorpe dall’antro lato. Quanno che li polli le videro arrivà, tutti s’allarmarono, ma la faina disse: “Nun ve preoccupate, so venuta in pace. Nun so venuta a mandrucà, nun lo vedete che c’ho la bocca piena e che nun posso usà li denti? Giustappunto quello che c’ho tra le ganasse se chiama Verità, e so venuta a favvela vede pe pura cortesia. Guardate” e je fece vede er ramo de fronte ” la Verità è rotonna!”. La vorpe fece l’istesso co le galline sue, sarvo de fa vede er ramo de traverso, e de dì che la Verità invece era quadrata. De sta grande novità, cominciorno a spargese le voci ner pollaio. E ‘gnuno, nell’ascortà li testimoni della rivelazione, se fece na convinzione sua se la Verità fusse tonna o quadrata: “C’ha ragione la faina, che è tanto bona, e che c’ha fatto vede che la Verità è rotonna” – “Ma che state a dì, è la vorpe che è ner giusto, e noi ch’amo visto che la Verità è quadrata stamo co lei” – “Bujardi, l’amo visto co st’occhi nostri che la Verità è tonna!” – “Ah ‘nfami maledetti, ce possino cecacce se dimo er farso, la Verità è quadrata!”. E così, tutte convinte d’avecce raggione, le galline, fecero gazzarra e poi baruffa; tanto ch’arivarono a usà li becchi. Fintantocchè nun ce scapparono li morti. La vorpe e la faina subito s’appresciarono a consacrà li martiri de la libbertà, ammazzati dall’oppressore farso e ‘nfame. E co la panza piena de ciccia, fecero giurà eterna inimicizia e vendetta a le du fazioni. Le galline continuorno così da quer giorno a scannasse tra de loro, senza più parlasse, senza più mettese daccordo, sempre fomentate da le du furbacchione; ch’ora se strafogaveno comode, coll’ova che li polli je portavano pe ringrazialle, e co le spoje dell’eroici caduti

1849. Il lavatoio

1849

Era li, nascosto sotto una bassa tettoia di cemento grezzo, il lavatoio. Taciturno e deserto. Le vasche asciutte, un deposito di immondizia. Le lastre, levigate dall’uso, deturpate dalla noia dei vandali. Non s’udiva più il ruscellare dell’acqua, ne lo sbattere dei panni sui bordi obliqui. Eppure, nel silenzio riuscivo ancora ad ascoltare la voce flebile di fantasmi d’altri tempi, a vedere nell’ombra le ombre d’altre vite. Le voci, meste e allegre delle lavandaie, le storie che si mischiavano le une con le altre. I pettegolezzi a bassa voce, gli schiamazzi dei bambini, le urla delle madri a redarguirli, i canti ed i litigi. I commenti alle notizie, ai grandi dolori, alle piccole gioie; e le anteprime succulente portate dalle donne a servizio di qualche famiglia benestante. Vedo l’ancheggiare, sinuoso e fascinante, sotto il peso delle ceste, in bilico su teste acconciate, le spesse scialli ed i fazzoletti ricamati d’inverno, ed i seni prosperi prorompere dalle scollature delle camicie in estate. I commenti indelicati degli uomini di passaggio alla vista dei gonnelloni rivolti al cielo, a nascondere abbondanze immaginate, ed i sorrisi di compiacimento per quei goffi complimenti, celati da dissimulata indifferenza. Le ragazze maliziose che fingono di non vedere i corteggiatori appoggiati al muro un po più in la, le sbirciatine di sottecchi e gli ammiccamenti con le amiche. I ragazzini, svogliati ed imbronciati, mandati a prendere l’acqua, che si perdono nei meandri del tempo e dei vicoli all’incontrarsi tra loro. Ancora li, muto impassibile testimone, il gancio arrugginito a cui s’appendevano i secchi, generazione dopo generazione. Ed è qui, proprio qui, in questo luogo ormai sconsacrato, che s’attingeva ciò che era essenziale alla vita… e che non era solo acqua. Un senso di malinconia e di riverenza mi induce a tacere, ed a chiedermi se potrà mai sopravvivere, e per quanto, una pianta senza radici

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1802. Al Azif

1802

Ho visto i fili di ogni tempo ancorati al nulla convergere nell’eternità. Ed i cerchi concentrici della coscienza allargarsi a spirale nell’ignoto immanifesto. Ho visto sulle maglie della possibilità condensarsi come rugiada lo spazio; ed ogni goccia era un universo vibrante e numinoso. Ho visto, ho visto in ogni goccia riverberare e rifrangersi il riflesso di ogni altra, nel geometrico caleidoscopio dell’archetipo. Ho visto poi lo splendore della tela illuminata dal buio, ed il dipanarsi dell’ombra della luce. Ho visto il viaggio fermo della tessitrice ricamare se stessa. Ed in ogni dove ho scorto la follia del mio volto ripetuto all’infinito. Ho cercato, cercato, cercato, ovunque, il mostruoso ragno artefice di quell’opera immane senza trovarlo. Al suo posto lo sgomento terribile d’una consapevolezza: i miei occhi erano i suoi…

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1646. Lamentazione d’Oisìn

1646

Mi dicesti: “Non aspettare ciò che non aspetta!”. Ma non capii e ti risposi: “Vado solo ad attendere a ciò che non m’attende!”; per amore persi l’amore. Tu tacesti e con occhi velati mi porgesti le redini di Embarr ed una raccomandazione; per amore perdesti l’amore. Non era presto, non era tardi, era ora, era sempre, era Tir na nÓg. Mi smarrii, cavalcando ignaro sulle onde del tempo, ed esanime caddi nella misera terra. Ed era tardi, ed era mai, non più Tir na nÓg. C’era scritto Niamh, sulla lapide d’un rimpianto consunta dai secoli, quando i bardi più non cantarono. Per amore perdemmo l’amore.

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Cum sit enim proprium/ viro sapienti/ supra petram ponere/ sedem fundamenti/ stultus ego comparor/ fluvio labenti,/ sub eodem tramite/ nunquam permanenti./ Feror ego veluti/ sine nauta navis,/ ut per vias aeris/ vaga fertur avis;/ non me tenent vincula,/ non me tenet clavis

Archipoeta – estratto da “Estuans interius”

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1639. L’uomo di Kalsoy

1639

E’ in una rara limpida alba che l’uomo esce dal tunnel di Trøllanes per raggiungere Kallur. Siede sull’erica e poggia le spalle al faro. Rumorose pulcinelle di mare, qualche pecora, invadono a tratti lo sguardo, perso tra i riflessi scintillanti di neve del Grislatindur e quelli più cupi delle onde nel Kalsoyarfjørður. L’uomo è stanco, vede. Vede la follìa risalire come gelida bruma, da quell’oceano nebbioso d’immaginazione, lungo i fianchi diruti delle scogliere ch’emergono a picco sulla solitudine. Nella caligine presagisce nitida la cagione della millenaria faida di vittime e carnefici; i quali si scambiano favori e ruoli in un eterna tenzone tra esseri del mare e della terra che non si scorgono ne riconoscono. Subitaneamente capisce d’essere prigioniero di quell’isola, incatenata da Rhiannon tra la fantasia e la realtà insieme a tutti i suoi abitanti. L’uomo ad occhi aperti adesso sogna, non più selkie e sirene ma le ali dell’albatro, per poter scavalcare i recinti d’ogni orizzonte

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Idir cósta, idir cléibh
Idir mé is idir mé féin
Tá mé i dtiúin

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