1899. Er popolo cojone, ovvero “Pollo alla catalana”

1899

Se ‘ncontrarono na vorta na faina e na vorpe, mentre ch’annavano tutt’e due a rubà l’ova a le galline. Disse la faina “Bongiorno cara vorpe, certo che nun famo na bella vita, meschine noi, sempre a faticà pe magnà, sempre cor patema d’esse beccate…”. La vorpe ce pensò n’attimo e je rispose: “E c’hai ragione sora faina! E nun me pare mica tanto giusto che noi, che semo tanto scaltre, de facce buggerà da sti polli ‘mbecilli e boccaloni. Sai che te dico? M’è venuta na bella idea pe rimette a posto st’ingiustizia!”. E così la vorpe spifferò er da fasse a la faina, che l’approvò stantemente. S’avviò la faina impettita verso er pollaio cò m’pezzo de ramo spesso ne le fauci; e così fece uguale la vorpe dall’antro lato. Quanno che li polli le videro arrivà, tutti s’allarmarono, ma la faina disse: “Nun ve preoccupate, so venuta in pace. Nun so venuta a mandrucà, nun lo vedete che c’ho la bocca piena e che nun posso usà li denti? Giustappunto quello che c’ho tra le ganasse se chiama Verità, e so venuta a favvela vede pe pura cortesia. Guardate” e je fece vede er ramo de fronte ” la Verità è rotonna!”. La vorpe fece l’istesso co le galline sue, sarvo de fa vede er ramo de traverso, e de dì che la Verità invece era quadrata. De sta grande novità, cominciorno a spargese le voci ner pollaio. E ‘gnuno, nell’ascortà li testimoni della rivelazione, se fece na convinzione sua se la Verità fusse tonna o quadrata: “C’ha ragione la faina, che è tanto bona, e che c’ha fatto vede che la Verità è rotonna” – “Ma che state a dì, è la vorpe che è ner giusto, e noi ch’amo visto che la Verità è quadrata stamo co lei” – “Bujardi, l’amo visto co st’occhi nostri che la Verità è tonna!” – “Ah ‘nfami maledetti, ce possino cecacce se dimo er farso, la Verità è quadrata!”. E così, tutte convinte d’avecce raggione, le galline, fecero gazzarra e poi baruffa; tanto ch’arivarono a usà li becchi. Fintantocchè nun ce scapparono li morti. La vorpe e la faina subito s’appresciarono a consacrà li martiri de la libbertà, ammazzati dall’oppressore farso e ‘nfame. E co la panza piena de ciccia, fecero giurà eterna inimicizia e vendetta a le du fazioni. Le galline continuorno così da quer giorno a scannasse tra de loro, senza più parlasse, senza più mettese daccordo, sempre fomentate da le du furbacchione; ch’ora se strafogaveno comode, coll’ova che li polli je portavano pe ringrazialle, e co le spoje dell’eroici caduti

Annunci

1887. L’invidia

1887

“Che giornata di merda!”, esclamò enfaticamente l’uomo ad alta voce. Lo udirono un moscone ed uno scarabeo, che girovagavano affamati nei paraggi; ed entrambi, afflitti e biliosi, non si trattennero dal sibilare sommessamente tra se e se: “Beato lui…”

1849. Il lavatoio

1849

Era li, nascosto sotto una bassa tettoia di cemento grezzo, il lavatoio. Taciturno e deserto. Le vasche asciutte, un deposito di immondizia. Le lastre, levigate dall’uso, deturpate dalla noia dei vandali. Non s’udiva più il ruscellare dell’acqua, ne lo sbattere dei panni sui bordi obliqui. Eppure, nel silenzio riuscivo ancora ad ascoltare la voce flebile di fantasmi d’altri tempi, a vedere nell’ombra le ombre d’altre vite. Le voci, meste e allegre delle lavandaie, le storie che si mischiavano le une con le altre. I pettegolezzi a bassa voce, gli schiamazzi dei bambini, le urla delle madri a redarguirli, i canti ed i litigi. I commenti alle notizie, ai grandi dolori, alle piccole gioie; e le anteprime succulente portate dalle donne a servizio di qualche famiglia benestante. Vedo l’ancheggiare, sinuoso e fascinante, sotto il peso delle ceste, in bilico su teste acconciate, le spesse scialli ed i fazzoletti ricamati d’inverno, ed i seni prosperi prorompere dalle scollature delle camicie in estate. I commenti indelicati degli uomini di passaggio alla vista dei gonnelloni rivolti al cielo, a nascondere abbondanze immaginate, ed i sorrisi di compiacimento per quei goffi complimenti, celati da dissimulata indifferenza. Le ragazze maliziose che fingono di non vedere i corteggiatori appoggiati al muro un po più in la, le sbirciatine di sottecchi e gli ammiccamenti con le amiche. I ragazzini, svogliati ed imbronciati, mandati a prendere l’acqua, che si perdono nei meandri del tempo e dei vicoli all’incontrarsi tra loro. Ancora li, muto impassibile testimone, il gancio arrugginito a cui s’appendevano i secchi, generazione dopo generazione. Ed è qui, proprio qui, in questo luogo ormai sconsacrato, che s’attingeva ciò che era essenziale alla vita… e che non era solo acqua. Un senso di malinconia e di riverenza mi induce a tacere, ed a chiedermi se potrà mai sopravvivere, e per quanto, una pianta senza radici

*     *     *

 

1802. Al Azif

1802

Ho visto i fili di ogni tempo ancorati al nulla convergere nell’eternità. Ed i cerchi concentrici della coscienza allargarsi a spirale nell’ignoto immanifesto. Ho visto sulle maglie della possibilità condensarsi come rugiada lo spazio; ed ogni goccia era un universo vibrante e numinoso. Ho visto, ho visto in ogni goccia riverberare e rifrangersi il riflesso di ogni altra, nel geometrico caleidoscopio dell’archetipo. Ho visto poi lo splendore della tela illuminata dal buio, ed il dipanarsi dell’ombra della luce. Ho visto il viaggio fermo della tessitrice ricamare se stessa. Ed in ogni dove ho scorto la follia del mio volto ripetuto all’infinito. Ho cercato, cercato, cercato, ovunque, il mostruoso ragno artefice di quell’opera immane senza trovarlo. Al suo posto lo sgomento terribile d’una consapevolezza: i miei occhi erano i suoi…

*     *     *

1646. Lamentazione d’Oisìn

1646

Mi dicesti: “Non aspettare ciò che non aspetta!”. Ma non capii e ti risposi: “Vado solo ad attendere a ciò che non m’attende!”; per amore persi l’amore. Tu tacesti e con occhi velati mi porgesti le redini di Embarr ed una raccomandazione; per amore perdesti l’amore. Non era presto, non era tardi, era ora, era sempre, era Tir na nÓg. Mi smarrii, cavalcando ignaro sulle onde del tempo, ed esanime caddi nella misera terra. Ed era tardi, ed era mai, non più Tir na nÓg. C’era scritto Niamh, sulla lapide d’un rimpianto consunta dai secoli, quando i bardi più non cantarono. Per amore perdemmo l’amore.

*     *     *

Cum sit enim proprium/ viro sapienti/ supra petram ponere/ sedem fundamenti/ stultus ego comparor/ fluvio labenti,/ sub eodem tramite/ nunquam permanenti./ Feror ego veluti/ sine nauta navis,/ ut per vias aeris/ vaga fertur avis;/ non me tenent vincula,/ non me tenet clavis

Archipoeta – estratto da “Estuans interius”

*     *     *

1639. L’uomo di Kalsoy

1639

E’ in una rara limpida alba che l’uomo esce dal tunnel di Trøllanes per raggiungere Kallur. Siede sull’erica e poggia le spalle al faro. Rumorose pulcinelle di mare, qualche pecora, invadono a tratti lo sguardo, perso tra i riflessi scintillanti di neve del Grislatindur e quelli più cupi delle onde nel Kalsoyarfjørður. L’uomo è stanco, vede. Vede la follìa risalire come gelida bruma, da quell’oceano nebbioso d’immaginazione, lungo i fianchi diruti delle scogliere ch’emergono a picco sulla solitudine. Nella caligine presagisce nitida la cagione della millenaria faida di vittime e carnefici; i quali si scambiano favori e ruoli in un eterna tenzone tra esseri del mare e della terra che non si scorgono ne riconoscono. Subitaneamente capisce d’essere prigioniero di quell’isola, incatenata da Rhiannon tra la fantasia e la realtà insieme a tutti i suoi abitanti. L’uomo ad occhi aperti adesso sogna, non più selkie e sirene ma le ali dell’albatro, per poter scavalcare i recinti d’ogni orizzonte

*     *     *

Idir cósta, idir cléibh
Idir mé is idir mé féin
Tá mé i dtiúin

Commenti disabilitati su 1639. L’uomo di Kalsoy Pubblicato in: deliriche, racconti

1638. La discarica infernale

1638

Facevano rotolare i loro pesanti cuori innanzi a se, i dannati, sulle chine di cumuli di promesse infrante. Disperati, stremati, sofferenti, vagavano senza meta gridando a squarciagola: “Qualcuno vuole un cuore?”. Così, cercando un chicchessia che li liberasse dalla loro pena, a quei richiami si avvicinavano gli uni agli altri e cominciavano una trattativa furbesca e dissennata, fatta di rassicurazioni d’un buon affare, nel tentativo di barattare il peso della loro condanna con uno più leggero. Ma tutte quelle parole diventavano ghiaia, ad elevare e rendere ancora più impervio il paesaggio in cui aggirarsi. Presto scoprivano che ogni cuore è un fardello che grava come qualsiasi altro. Eppure non si rassegnavano alla constatazione; confidando in una folle e vana speranza, continuavano imperterriti il loro inconcludente viaggio circolare per il girone, sempre invocando: “Qualcuno vuole un cuore?”. Ah stolti, s’appena avessero osato guardar dentro ciò che tanto faticosamente sospingevano! V’avrebbero scoperto rinchiuso un compagno malconcio nell’esser sballottato, con le medesime proprie fattezze, e pronto e lesto a balzar fuori e mettersi volenteroso al fianco. Proprio quella liberazione e conforto che affannosamente e ciechi cercavano in ogni dove…

*     *     *

Lettura consigliata per il week-end (pdf):

Giulio Cesare Croce – Bertoldo e Bertoldino (col Cacasenno di Adriano Banchieri)

Commenti disabilitati su 1638. La discarica infernale Pubblicato in: racconti