Magritte

Accendo la mia pipa al riparo dalla pioggia

Distolgo lo sguardo dalla tristezza della gente

Seguendo le volute di fumo confondersi col cielo

E aspetto, di veder piovere ombrelli colorati

Anabasi

Sei piccoli corvi tengono lezione

Son di spento nero, o forse

Di fulgido argento

Dipende, dall’indulgenza del sole

Dalla fuggevolezza d’una prospettiva

Catabasi

Su questa lastra di gelido marmo

Son solo un grumo di tempo che si scioglie

Al cospetto dell’immensità del mare

Sorrido alla cincia con cui avevo appuntamento

I vetri alle finestre fermano la furia della tramontana

Ma ancora si vedono, volteggiare i gabbiani nel cielo strappato

E ancora s’odono i loro richiami, lo stridore della vita

Sorrido alla cincia con cui avevo appuntamento

Qui, su questa lastra di gelido marmo

Arrivederci, piccola fragile signora dell’eternità

Vadomecum, ovvero “Epilogo”

Che miracolo il bambù; un vuoto che sorregge il proprio peso. E non solo, un vuoto che può reggere in più anche carichi esterni notevolissimi. Ed ecco, mi sento un po anch’io come un novello Atlante, vuoto, come ogni promessa, a sostenere il peso del suo mondo, delle delusioni, dei tradimenti, dei dispiaceri, di squallore, grettezza e meschinità umani. Dei suoi oceani d’amarezza. Condannato a non potersi ribellare ma neppure arrendere, a non poter sperare ma neppure disperare. Così, nell’annichilirsi di ogni passione, di ogni emozione nel proprio opposto, eccolo il vuoto; che non vuole e non può soccombere, che non vuole e non può sottrarsi, alla stanchezza. Paralizzato dallo spazio e dal tempo incombenti, come il miracolo del bambù; quel vuoto che sorregge se stesso nella fatica immane e senza appello del vivere

* * *

Ich bin der Welt abhanden gekommen,
Mit der ich sonst viele Zeit verdorben,
Sie hat so lange von mir nichts vernommen,
Sie mag wohl glauben, ich sei gestorben.

Es ist mir auch gar nichts daran gelegen,
Ob sie mich für gestorben hält,
Ich kann auch gar nichts sagen dagegen,
Denn wirklich bin ich gestorben der Welt.

Ich bin gestorben dem Weltgewimmel,
Und ruh’ in einem stillen Gebiet.
Ich leb’ allein in mir und meinem Himmel,
In meinem Lieben, in meinem Lied.

(Friedrich Rückert)