1955. Omphalos, ovvero “Edipica”

E mi inerpico, euforico ed affannato

Tra le bianche cosce calcaree della terra

Tra le selve che ne coronano il venereo monte

Mentre nel folto ogni creatura canta il suo sacro silenzio

Mi lascio scivolare, giù, fagocitato dall’umido ventre

Dove si disvela ogni intimità nascosta, ogni travaglio

Dove si raccolgono e ci si può bagnare

Delle lagrime mai dette e mai piante

S’accascia la stanchezza su un giaciglio di morti pensieri

Ed io con lei, inerte ed arreso, perduto e sereno

Accanto a quell’ombelico da cui sgorga la vita

Da cui tutto si diparte, a cui tutto ritorna

Nell’inviolabile oscurità abissale del mistero

Matribus Almahabus 

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1869. La descrizione di un attimo

1869

C’è una panchina in cima al mondo, proprio in riva al cielo. Risaccano verdi, flutti di vento tra le foglie, rena di quell’isola di silenzio. E tutt’intorno i denti rotti della vecchia terra si scoprono in un sorriso scintillante. Lì puoi sedere ad asciugare dai naufraghi pensieri, e costruire zattere di nuvola. Da li puoi osservare gli uomini, nuotare muti e frenetici come pesci, mentre re bambino assiso sul suo trono il sole t’incorona. Conquista e dote regale, la solitudine, tesoro inestimabile; ma la vera fortuna è il poterla spendere

Chiediloamanu devoted

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1836. Italia, Luglio, 99 anni dopo

1836

Si sta come d’estate sui marciapiedi le merde

Gruppetti isolati di stronzi esibizionisti, inutili e passivi. Dal bitume separati dalla terra, e da chiazze di piscio secco gli uni dagli altri. Orgogliosamente ubriachi del proprio lezzo, intolleranti e critici del tanfo altrui. Sorridenti beoti, baciati, abbacinati, calcinati dal sole, amatissimo nemico che prosciuga ogni fluido vietando la vita. Felice pasto di parassiti coprofagi, scambiati per pubblico festante e affezionato. In attesa d’una riconosciuta fama, d’un giorno da protagonisti, d’un piede distratto. Prima arrivi il temporale, a ripulire tutto.