1824. Me l’ha detto una Macroglossum Stellatarum

1824

Niente è mai davvero fermo nell’universo, e niente si muove con la medesima velocità relativa rispetto agli altri enti esistenti; tantomeno mantiene costante quella propria velocità. Da ciò si evince che ogni ente, macrocosmico o microcosmico, giace in uno spazio-tempo autonomo che nega risolutamente la possibilità di un tempo oggettivo. Quello che chiamiamo “presente” non è un istante incommensurabile, ma l’intervallo discreto in cui collassano, interagendo, tutti gli spazi-tempi di tutti gli enti che popolano l’esistente, e che esprime un diverso valore e relazione per, e con, ognuno di essi. Quindi il cosiddetto “presente” non è affatto un fotogramma atemporale e statico, ma un processo continuo, indefinibile nella sua tumultuosità caotica, ed inarrestabile: il processo che genera quei fotogrammi. E quei fotogrammi, sono già “passato” nonappena generati. Di più, quei fotogrammi non appaiono universalmente univoci rispetto ad ognuna delle unità cognitive che li osserva: lo spazio-tempo ed il presente percepito da una farfalla che batte le ali 200 volte al secondo, che vola a scatti di 50km/h senza mai fermarsi, tranne che di notte, è diverso da quello delle piante dei cui fiori essa si nutre. E da quello di un essere umano, che percepisce in modo troppo lento per osservare  ed avere coscienza dei movimenti della farfalla, ed in maniera troppo rapida nei confronti di quelli della pianta, che gli appare addirittura immobile. Quindi di quale qui-e-ora si straparla in certi ambiti pseudo-spirituali, che arrivano addirittura a sostenere che non esista altro? Come conseguenza di quanto sopra, come minimo si tratterebbe di qualcosa estremamente relativo e variabile, come massimo ci sarebbero tutte le indicazioni a dimostrare che il qui-e-ora è esattamente l’unico tempo che non può esistere se non in modalità puramente concettuale. Pensate solo al ritardo tra l’emissione di un segnale nello spazio, la sua ricezione attraverso i nostri sensori organici, il tragitto lungo il sistema nervoso, la sua elaborazione grezza da parte del cervello rettile, ed infine l’ulteriore elaborazione nella presa di coscienza di esso; quanti “presenti” ci sono in questo “presente”!? Troppi per definirlo tale. Ma allora è tutta una cazzata? Ni! Certo c’è qualcosa che non torna se chi spaccia come dogma incontrovertibile un affermazione del genere poi programma conferenze, corsi e stages, se scrive libri, fa progetti di proselitismo rispetto ad una sua “nuova” invenzione “trascendente”, maneggia soldi, ma soprattutto parla di percorso, acquisizione, espansione, crescita ed evoluzione… tutte attività cui, in quanto tali, il tempo inteso come rapporto tra passato e futuro è necessario eccome, ed è platealmente riconosciuto e sotteso smentendo clamorosamente proprio il concetto di qui-e-ora tanto veementemente declamato. Così dal punto di vista del praticante del qui-e-ora, se è in ansia perchè deve pagare una bolletta, anche se medita per otto ore sospendendo la mente, alla fine della seduta sarà forse più rilassato ma comunque otto ore più vicino alla sua scadenza; ne il mondo ne il tempo si saranno fermati per aspettarlo. Dov’è l’inghippo ordunque? Nell’equivocare, dolosamente o meno, tra il concetto teoretico e “fisico” di presente e quello di presenza. Esercitarsi all’interruzione del dialogo interiore non può essere un fine in se, ma una tappa propedeutica al riappropriarsi della propria consapevolezza, che non è un vegetare contemplativi, indifferenti ed impotenti tra i casi della vita, ma il diventare totalmente protagonisti e responsabili dell’azione, nella progressiva conoscenza e padronanza delle cause e degli effetti che regolano la fenomenologia del vivere. Di ogni tradizione autenticamente spirituale, la colonna portante ed ineludibile è il rapportarsi costantemente con la certezza della finitudine, con la “fine del tempo” per eccellenza: la propria morte! E’ questa certezza a spingere chi ne è portatore sano al ricercare ed addurre una nuova qualità del tempo al proprio esistere, non già ad eluderlo tentando evasioni impossibili che si traducono nello sperpero infruttuoso del tempo stesso. La vita è al di la di qualunque interpretazione dottrinaria o filosofica, certamente ed indubitabilmente, esperienza. Ma per essere definita pienamente tale deve essere affrontata con attenzione, e incessantemente rianalizzata mettendo continuamente in relazione il cosiddetto “presente” con il passato per carpirne e riscriverne logiche e senso, e quindi agire con cognizione di causa indirizzandosi al futuro. Vien dunque da se evidenziato quanto la mente, tanto demonizzata da farne un nemico da sopprimere, sia invece lo strumento cardine in nostro possesso per dare senso compiuto all’esperire. Ciò a cui un praticante di tecniche meditative accorto dovrebbe mirare, nel tentativo di sospendere il dialogo interiore, è semplicemente lo scoprire ciò che esso, rumorosamente anarchico, normalmente copre ed a cui si sovrappone: il centro cognitivo della coscienza. Un centro in cui confluiscono molte altre cose oltre la mente, e che sinchè non ne facciamo la conoscenza diretta ignoriamo bellamente a nostro discapito. Ma questo “traguardo” non ha di per se alcun valore, se non appunto l’opportunità che ci dona di domare, educare e sottomettere la mente stessa ai fini ultimi del centro cognitivo della coscienza, equiparandola ed armonizzandola agli altri elementi ad esso connessi, e perseguendo la sinergia di un lavoro comune e cosciente di queste parti. In soldoni, significa accorgersi di quanto del nostro agire avviene meccanicamente mentre come spettatori inermi e imbambolati siamo distratti dagli interminabili teatrini mentali; tutto tempo perso, poichè l’esperienza non è reale, in quanto perlappunto mancante della nostra presenza, della nostra attenzione, della nostra consapevolezza, del nostro essere protagonisti lucidi dell’azione reale. In queste circostanze di totale incoscienza noi non viviamo, ma siamo vissuti; non siamo responsabili, ne padroni del nostro essere, le cui parti funzionali, mancando di supervisione e coordinamento, entrano sovente in conflitto l’una con l’altra agendo in direzioni contrastanti e creando lacerazione e disintegrazione interiori. Allora vi dico, cercate di intendere bene il qui-e-ora, altrimenti correrete il rischio di creare nuovi conflitti con il reale, con il tempo, con la mente, con l’ego, ecc. combattendo una guerra persa che vi porterà al fallimento totale del vostro esistere. Ricordatevi sempre che c’è un unica meta nella vita, la sua fine. Non è un pensiero macabro, ma l’unico in grado di mantenerci desti e metterci nella giusta relazione con il tempo, aiutandoci a comprenderlo nella sua essenza. Ad ognuno poi decidere se preferire svegliarsi alla crudezza sublime della realtà, accettando la terribile sfida dell’ignoto e perseguendo dunque la durezza della conoscenza della verità, oppure se invece optare di continuare a sognare, cercando e rincorrendo disperatamente solo dei sogni più belli, che però con la realtà entreranno sempre ed inevitabilmente in collisione.

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3 risposte a “1824. Me l’ha detto una Macroglossum Stellatarum

  1. La tomba di Edgar Poe di Stéphane Mallarmé

    Traduzione a cura di Raccis Fabrizio

    Cosa in lui stesso alfine l’eternità potrà mutare

    il poeta suscita con una spada nuda

    il terrore del suo secolo che non ha conosciuto

    che la morte ha trionfato in quella voce estranea!

    Essi, come un vile sfogo d’idra che almeno una volta

    ha udito l’angelo, danno un senso più puro

    alle parole della tribù, gridano a quella stregoneria bevuta

    nel flusso senza onore di qualche miscela nera.

    Del sole e della nube ostile, o soffro!

    Con le nostre idee scolpite su un basso rilievo

    dove la tomba di Poe di bagliore s’adorna,

    Calmo blocco così in basso caduto in un disastro oscuro

    che il granito almeno in eterno mostrerà il suo limite

    ai neri voli del blasfemo sparsi nel futuro.

    Nella nostra dimensione ci è dato sperimentare la finitudine del tempo. E l esperienza umana, nella sua dimensione, è separata da quella di altri esseri o “cose”, basti pensare alla luce delle stelle dove un presente è in realtà un passato proiettato nel futuro. La vera differenza la fa appunto la consapevolezza e la drammaticità del vivere un attimo che in realtà non è nulla e non si identifica in nulla se non nel valore che gli attribuiamo. sul resto concordo… purtroppo il nostro tempo è pieno di falsi profeti… la poesia mi piaceva, non so in quale modo è legata alle tue riflessioni… ciao neh… fai il bravo 😘

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