1639. L’uomo di Kalsoy

1639

E’ in una rara limpida alba che l’uomo esce dal tunnel di Trøllanes per raggiungere Kallur. Siede sull’erica e poggia le spalle al faro. Rumorose pulcinelle di mare, qualche pecora, invadono a tratti lo sguardo, perso tra i riflessi scintillanti di neve del Grislatindur e quelli più cupi delle onde nel Kalsoyarfjørður. L’uomo è stanco, vede. Vede la follìa risalire come gelida bruma, da quell’oceano nebbioso d’immaginazione, lungo i fianchi diruti delle scogliere ch’emergono a picco sulla solitudine. Nella caligine presagisce nitida la cagione della millenaria faida di vittime e carnefici; i quali si scambiano favori e ruoli in un eterna tenzone tra esseri del mare e della terra che non si scorgono ne riconoscono. Subitaneamente capisce d’essere prigioniero di quell’isola, incatenata da Rhiannon tra la fantasia e la realtà insieme a tutti i suoi abitanti. L’uomo ad occhi aperti adesso sogna, non più selkie e sirene ma le ali dell’albatro, per poter scavalcare i recinti d’ogni orizzonte

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Idir cósta, idir cléibh
Idir mé is idir mé féin
Tá mé i dtiúin

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