1611. Out of the virtuality box

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Davvero la vita umana merita essere ridotta a tabellone d’un banale gioco di società, la cui unica gratificazione è da ricercarsi nel brivido dell’azzardo? Una grottesca feroce competizione in cui sopravanzare, prevaricare, conquistare, accumulare, assoggettare, annichilire gli altri concorrenti per apparire i vincitori della partita? I migliori? Eppure prima o poi ogni partita finisce, le pedine tornano nella scatola e sempre ricomincia una nuova tornata; con nuovi partecipanti dimentichi dei vecchi, ma con i medesimi irreali e caduci obiettivi. Il che dovrebbe essere sufficiente riprova della futilità dello sforzo, e monito al ricercare altrove la pienezza d’una gioia duratura; in quella pace che è soprattutto pace con se stessi, e che rappresenta l’unica concreta forma di felicità a nostra disposizione

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