1093. Ekatombe

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Tre volti e sei braccia
Ha mia Madre, mia Figlia
La mia Sorella e Sposa
Mentre armoniosamente danza
Un volto solo, un braccio libero
Uno legato, gli occhi chiusi
La femmina di questo mondo
Quando dissacra se stessa
Dimentica sacerdotessa
Profanatrice del sacro tempio
Della Dea che incarna

Salve, o madre degli dei, dai molti nomi, dalla bella prole;
salve, o Ecate, custode delle porte, di gran potenza;
ma anche a te salve, o Giano, progenitore, Zeus imperituro; (Proclo)

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24 risposte a “1093. Ekatombe

        • per avere una dignità bisogna avere un identità, per avere un identità bisogna avere un integrità, e per avere un integrità bisogna sapere come si è fatti, usare TUTTI i pezzi collocandoli al loro posto: Armonia… è una parola di genere femminile, strano no? 😉

          • Armonia è celebrare la propria ombra e la luce. Appunto… Dignità è trovarsi, accettarsi e amarsi. Porsi al livello “alto”. Farfalla fopo bruvo e crisalide. La Morte dopo l’Appeso… no non è strano… Armonia è Donna ☺

            • esatto, Donna è(o meglio, sarebbe, se si realizzasse) Armonia tra le sue persone; ma è più facile incontrare distonie ed eterne contraddizioni… o peggio ancora, l’imitazione del maschio in un blasfemo tentativo di disconoscerne il ruolo di complementare

                • Quando in noi vi è molteplicità, allora abbiamo la discordia, che produce lotte più gravi che le guerre civili e se a queste vorremo sfuggire, se aspireremo a quella pace, che ci sospinge così in alto da collocarci fra le creature più eccelse del Signore, soltanto la filosofia potrà reprimere e sedare addirittura queste discordie. Che se l’uomo avrà ottenuto tregua da questi suoi nemici interni, la filosofia morale, anzitutto, reprimerà e rintuzzerà le sfrenate rivolte di tanti nostri appetiti carnali e gli assalti leonini del nostro animo iroso. Provvedendo meglio alla nostra salute avremo conseguito la sicurezza della vera pace, la quale verrà in soccorso e liberamente adempierà tutti i nostri voti.

                  Poiché l’uccisione di queste due fiere sarà per così dire il sacrificio della scrofa onde sarà sancito l’inviolabile patto di una santa pace fra lo spirito e la carne.

                  La dialettica della ragione ammansirà i contrastanti dibattiti delle orazioni e gl’inganni animosamente tumultuanti nel sillogismo. La filosofia naturale rappacificherà le liti e i dissidi dell’opinione che opprimono, distraggono e dilacerano qua e là l’anima inquieta. Ma la calmerà in modo da costringerci a ricordare che la natura è nata, come dice Eraclito, dalla guerra, e perciò è detta da Omero contesa. Tuttavia non può essere in sua facoltà di presentarci una vera quiete e una solida pace, essendo questo dono e privilegio della santa teologia. Solo questa c’indicherà la via alla pace e ci sarà di guida, come quella che, vedendoci affaticati e ancora lantani, esclamerà: «Venite a me voi tutti che vi affaticate, venite e io vi rifocillerò; venite a me e vi darò la pace che mai vi potranno dare il mondo e la natura». Chiamati così soavemente, invitati così benignamente, colle ali ai piedi, quasi Mercuri terrestri, volando all’amplesso della beatissima madre, fruiremo della sospirata pace, pace santissima, indivisibile congiungimento, unanime amicizia, per cui non solo tutte le anime concordano ora in quell’unica mente, che è sopra ogni mente, ma si trasformano in modo ineffabile e interamente nell’uno-tutto.
                  Questa è quell’amicizia che i Pitagorici dicono sia il fine di ogni filosofia.
                  Questa è quella pace che Dio dà ai beati nel cielo, che gli angeli, scendendo in terra, annunciarono agli uomini di buona volontà, affinché questi ultimi, ascendendo al cielo, diventino angeli.

                  Questa pace desidereremo agli amici, questa pace al nostro secolo e a ciascuna casa in cui entreremo; questa pace augureremo all’anima nostra, acciocché si faccia per essa la stessa casa di Dio, acciocché discenda il re della gloria, dopo che, per mezzo della morale e della dialettica, si sarà liberata da ogni sozzura e si sarà adornata di ogni filosofico sapere, coronando di serti teologici la somma delle porte.
                  Allora il re della gloria, venendo insieme col Padre, porrà la sua dimora presso l’anima. Se si mostrerà degna di tanto ospite, la cui misericordia è immensa, vestita di aurei paludamenti, quasi di vesti nuziali, fornita della molteplice varietà delle scienze, riceverà il bellissimo viandante, non già come un ospite, ma come uno sposo. Per non essere mai più staccata da lui, desidererà essere sciolta dai legami col popolo suo e, dimentica ormai della casa del padre, anzi obliata di se stessa, bramerà morire a sé, per poter vivere nello sposo, al cui cospetto è certo preziosa la morte dei suoi santi, se può dirsi morte la pienezza della vita, la meditazione della quale i sapienti dissero essere il fine ultimo della filosofia.(Pico della Mirandola)

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