0059. Uomo vs Uomo

15811-fullsize

Arrivati ad un certo livello di comprensione della Realtà, giunge spontaneo valutare più sopportabile la solitudine piuttosto che la compagnia di un prossimo ormai vissuto come qualcosa di totalmente estraneo ed alieno. Questo è uno dei momenti più delicati e pericolosi per chi si dedica ad un percorso di elevazione spirituale. Nell’eremitaggio si finisce per coltivare un giardino di superbia, interrompendo la propria crescita. Saggio chi si fa forza ed accetta, nonostante gli sia la cosa più sgradita al mondo, la convivenza con gli altri esseri umani; egli scoprirà l’umiltà nel riconoscere negli altri il riflesso della parte di se la cui presenza più gli è difficile accettare

Una verità parziale non è la Verità

*     *     *

Eccoli i buoni e i giusti! Chi odiano più di tutti? Colui che infrange le loro tavole dei valori, il distruttore, lo sfregiatore: – ma questi è il creatore (Friedrich Nietzsche)

*     *      *

 
(Metallica – Nothing Else Matters)

trust I seek and I find in you
every day for us something new
open mind for a different view
and nothing else matters 

Annunci

0041. Paccottiglia

0041

L’erotismo è solo l’assai approssimativa e banalissima contraffazione dell’Eros
…però ha un successone inaudito, visto che costa poco e “sembra” la stessa cosa!

*     *     *


(Arcana – Serpents Dance)

0035. Divina Gratitudine

0035

A Te, che tutto dai e tutto prendi
A Te, che mi hai creato come Tuo tempio
A Te, rendo grazie ed ai Tuoi infiniti nomi
Ed al fuoco sacro che hai acceso
E che mi consuma notte e giorno
Ciò che è già Tuo io con gioia lo sacrifico a Te
In nome dell’Amore con cui costruisti l’Universo intero
Che io possa sempre esser degno della Tua benevolenza
Che fa di me un mezzo della Tua Volontà

*     *     *

Prima che il tempo iniziasse io bruciai e divenni cenere.
Mi tuffai nel fuoco e divenni una rosa,
Con nostalgia chiamai il Suo Nome e divenni un cuore
Sono venuto per bruciare nell’arena dell’Amore
Sono venuto per invocare Hu e tornare a Dio
Strappa il velo da me, lasciami nudo
Lasciami volare sulle ali dell’amore
Lasciami scorgere la Sua Bellezza ancora una volta
Sono venuto per bruciare nell’arena dell’Amore
Sono venuto per invocare Hu e tornare a Dio.
Ho abbandonato desiderio, onore, modestia
Ho lasciato dietro di me una vuota ricchezza
A che servo io per gli amici o stranieri?
Sono venuto per bruciare nell’arena dell’Amore
Sono venuto per invocare Hu e tornare a Dio.
Sono venuto a conoscere il mio segreto, che è sempre dentro
All’interno di questo corpo c’è Conoscenza e Verità
Tutti gli amanti desiderano ciò che è in Te
Sono venuto per bruciare nell’arena dell’Amore
Sono venuto per invocare Hu e tornare a Dio.
O Ashki, sorgi, svegliati dalla dimenticanza!
Lasciamoli dire “voi siete pazzi!” quando ascoltano le nostre invocazioni
Arresi all’Amore e raggiunta l’unione
Sono venuto per bruciare nell’arena dell’Amore
Sono venuto per invocare Hu e tornare a Dio.
E il cuore vola…

Shaykh Muzaffer Ozak al-Jerrahi

*     *     *


(Donna Summer – I Feel Love)

0027. Intendiamoci

 0027

Ci sono parole che nel tempo perdono il loro significato originario per assumerne un altro, a volte in contraddizione col primo. E’ il caso del termine Castità. Castità oggi definisce, sinonimicamente, riduttivamente e rozzamente, la pratica dell’astinenza sessuale. Niente di più in antitesi col senso archetipico del termine. Cominciamo col dire che la Castità non inerisce solo la sfera sessuale ma tutti gli ambiti in cui è implicato il piacere dei sensi: tutti i sensi! Castità significa vivere appieno la Vita, in tutte le sue manifestazioni, nel verso della profondità piuttosto che dell’ampiezza. Ovvero, per fare un esempio pratico, la differenza che passa tra chi sorseggia cognac assaporandolo intensamente goccia a goccia e chi si scola la bottiglia solo per ottenere lo scopo di stordirsi. Bevono entrambi cognac, il gusto è lo stesso, entrambi ne traggono piacere. Ma uno fa del suo centellinare un inno alle cose belle dell’Esistenza, un rituale di gratitudine e di Amore. L’altro un atto di superficialità e fondamentalmente di morte; poichè, per tramite di esso, ottunde ed annichilisce la propria coscienza e consapevolezza, facendo torto al proprio esistere. Ecco allora che la Castità assume il suo significato di antagonista non della sola lussuria, come catechismo docet, ma dell’avidità e della concupiscenza nel senso più ampio possibile. Nonchè, e non dimentichiamolo mai, del loro opposto: ovvero la mortificazione e la repressione. Castità significa non farsi accecare dalle passioni ma anche non reprimerle. Significa invece usare queste passioni come una luce potentissima in grado di rischiarare e rendere estremamente vivida e fruibile la visione della Bellezza insita in ogni cosa, in quanto espressione dell’Assoluto. Vien da se che l’astinenza sessuale può, in casi limite, essere derivazione della Castità ma giammai il viceversa; poichè se volontariamente autoimposta essa si traduce in una vera e propria bestemmia contro la natura umana e contro Chi, proprio questa natura, ci ha donato. Fare di ogni azione, di qualunque genere essa sia, un atto sacro e partecipato con tutto il proprio essere, fino a scorgervi la firma del Divino, questa è Castità!

*     *     *

Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che mena alla perdizione, e molti son quelli che entrano per essa. Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano (Vangelo di Matteo)

*     *     *


(Il Piccolo Buddha – La Via Di Mezzo)

0026. Gabbia-no! Una storia vera…

0026

Dopo qualche tempo dall’aver abbandonato la vita coniugale decisi di riprendere in casa un gatto. Ho sempre avuto, oltre ad un debole per i gatti in generale, una certa morbosa attrazione per quello strano essere che è il Siamese. Così decisi di fare la follia, caso raro, e di procedere all’acquisto di un esemplare di razza: io che ho sempre avuto trovatelli! La fidanzata di allora si mise subito indefessa all’opera scartabellando e selezionando annunci su internet. Finche mi legge un inserzione: “regalasi certosino”. Ora, per carità, non è che avrei disdegnato in altro contesto, ma io volevo un Siamese; le dissi quindi di passare oltre. Per qualche strana ragione, invece, ella si incaponì morbosamente. E tanto fece tanto disse che alla fine telefonò e mi costrinse ad andare a vedere il felino “senza impegno”. Io reticente più che mai la seguii comunque di buon grado confidando nella mia presunta inflessibilità. Incontrammo l’inserzionista che ci raccontò la storia dell’esemplare in questione. Lei era la classica “gattara”, membro attivissimo di una associazione gattofila. Il certosino era nato in strada. Le era stato segnalato da non so chi perché la comunità felina cui apparteneva non lo aveva integrato e ne faceva costante oggetto di maltrattamento, rendendogli la sopravvivenza impossibile. Lo aveva quindi catturato ed affidato ad una famiglia che però se lo era lasciato sfuggire di casa. Lei dopo lunghi appostamenti era riuscita a riacciuffarlo ed ora era in “deposito” presso un veterinario che lo aveva vaccinato nonché castrato per placarne le velleità di fuga. Ci recammo presso lo studio del medico. Scendemmo in un buio sottoscala. Una parete era interamente rivestita da “loculi”: gabbiette di 40x50cm o giù di li. Molte erano occupate da gatti in fase terminale d’esistenza. Uno strazio per chi come me ama oltremodo questi animali. Il veterinario ci indicò la gabbia di nostra pertinenza, l’aprì ma non tirò fuori l’occupante. Mi avvicinai e vidi un faccione tondo e grigio fumo, con un paio d’occhi giallo fluorescente che parlavano di fierezza; quella fierezza disincantata propria di quegli esseri con un animo, un esperienza ed un destino “diversi” dalla norma. Ne rimasi ammaliato, e benché in cuor mio avessi già ceduto all’idea di portarmelo via, quando seppi che era un mese che giaceva dentro quella minuscola cella non ebbi più il minimo dubbio o titubanza. Ci accordammo per il ritiro che sarebbe avvenuto il giorno dopo. Giusto il tempo di organizzarci. E così fù che Jaq entrò nella mia vita. Jaq in onore, per un mio contorto percorso logico mentale, di Jacques De Molay l’ultimo Gran Maestro templare. Quando il veterinario lo tirò fuori per trasferirlo nel trasportino una pena infinita mi strinse il cuore. Jaq era denutrito, la coda mozzata, e per la lunga costrizione all’immobilità aveva perso la capacità di deambulazione agli arti posteriori. Ci congedammo dalla “gattara”, che memore dei trascorsi del gatto si profuse in raccomandazioni di tutti i generi finendo con il minacciarci di riprenderselo se non fossimo stati all’altezza della situazione. Ci impose quindi di comunicare periodicamente con lei per fare il punto. Arrivati a casa allestimmo tutto l’occorrente ed aprimmo il trasportino. Lui rimase li e noi non lo forzammo ad uscire. Dopo qualche ora si azzardò a mettere fuori la testa e lentamente uscì. Cominciò una primissima breve esplorazione del circostante, poi mangiò e bevve. Noi rimanemmo in disparte poiché ad agni nostro minimo tentativo di avvicinarci lui reagiva convulsamente. Ci coricammo e ci addormentammo finchè non ci svegliò un improvviso putiferio fatto di rumore di legno sbattuto e graffiato. Jaq si era accanito sulle tapparelle di casa tentando di evadere. Accendemmo le luci ed osservammo divertiti dal letto i suoi vani tentativi. Poi accadde una cosa impressionante. Improvvisamente si chetò e rimase per un po accucciato ad osservarci. Ad un certo punto si sollevò e avanzò verso di noi, si mise in piedi con le zampe anteriori appoggiate al bordo del letto e guardandoci fissi, con uno sguardo colmo di disprezzo, fece la cacca sul pavimento. Un segnale eloquentissimo sulla sua considerazione nei nostri confronti. Passò la notte, quasi tranquilla, nonché a tratti venissimo disturbati da nuovi tentativi di fuga. La mattina dopo uscimmo e quando, nel primissimo pomeriggio, tornammo a casa, Jaq non c’era più. Sembrava sparito nel nulla, lo cercammo in ogni dove senza risultato. Alla fine traemmo la conclusione che a forza di tentativi aveva infine trovato il sistema di sollevare una tapparella e di infilarcisi sotto. Così era infatti! Dopo aver ispezionato invano il piccolo giardinetto di casa ci precipitammo in strada e cominciammo a guardare sotto le macchine. Lo trovai io! Stava spaparanzato appunto sotto un autovettura e mi guardava sereno ed indifferente. Allungai una mano verso di lui e si fece toccare senza squassarsi. Ma quando alfine lo afferrai per tirarlo fuori e riportarlo a casa reagì con una violenza inaudita. Non ho mai testimoniato di tanta ferocia in vita mia. Con unghie e denti mi dilaniò letteralmente una mano prima di riuscire ad averne ragione grazie al contributo essenziale della mia fidanzata. Per una settimana la mia mano rimase gonfia come un guanto di gomma riempito d’acqua, ed ancora oggi porto le cicatrici in ricordo di quel giorno. Nel fine settimana andai a trovare i miei genitori che risiedono in un altra città. Lasciammo Jaq da solo nella convinzione sarebbe stato saggio onde dargli la possibilità di adattarsi con calma al nuovo ambiente senza la nostra incombente presenza. Martedì mattina varcammo l’uscio per constatare casa devastata. Persi il lume della ragione, mi armai di scopa aprii le finestre ed urlando come un forsennato alla volta dell’ingrato “non vuoi stare con noi? Allora vatteneeee…” con non poca fatica lo cacciai. Ci misi non poco, sembrava che quasi a mò di sfottò non ne volesse più sapere di accomiatarsi. Morale, sbollita la rabbia cominciarono ad arrivare i rimorsi e gli scrupoli. Ci affacciammo fuori sperando di trovarne traccia ma non ci fu niente da fare: si era eclissato. Con la coscienza che mi rimordeva misi comunque fuori dal davanzale da mangiare e da bere pur non sperando minimamente in un suo ritorno. Passò il primo giorno e niente. Al secondo guardai nella ciotola dei croccantini e… qualcuno ne aveva mangiati un po. Cominciava a tornarmi il sangue in circolo e ad alleviarsi il peso sullo stomaco. Così continuò nei giorni successivi, una sorta di stregatto, invisibile, veniva a sfamarsi nottetempo o quando comunque noi eravamo assenti. Finchè una sera la mia ragazza non fece per mettere fuori la ciotola rimpinguata del suo contenuto e ci trovammo insieme di fronte ad una scena alla Edgar Allan Poe. Due occhi infernali riflettevano inquietanti la luce di casa sopra delle fauci spalancate e soffianti. Il resto di quella creatura non si riusciva a scorgere nel nero della notte. Poggiammo il cibo e ci affrettammo a richiudere rimanendo a spiare tra le fessure della tapparella: era proprio Jaq! Cominciò così un lungo periodo di graduale presa di reciproca confidenza. Un giorno venne a mangiare a tapparella alzata, un giorno si fece accarezzare, un giorno rientrò in casa. Nel frattempo il Siamese lo comprai davvero. un cucciolotto dispettosissimo che chiamai Felix. Jaq così schivo e solitario divenne ospite gradito nella nostra casa facendosi letteralmente martirizzare dall’altro gattino iperattivo e rompiballe. Unico accordo tacito tra noi, il lasciargli sempre disponibile la possibilità di andarsene quando e dove gli paresse. A volte stava giorni interi in casa a volte per giorni stava via. Ma tornava sempre. Era commovente questo cambiamento nei miei confronti ed il suo manifestarmi la sua gratitudine per questo patto di schietta amicizia, per l’aver io riconosciuto la sua dignità di autodeterminare la propria esistenza. Jaq dormiva con me, si faceva coccolare e mi coccolava. Quando era a casa mi seguiva passo passo in ogni mio pur minimo spostamento. Il secondo anno dal suo arrivo, ad agosto, programmai di andare dai miei per un paio di settimane. Avrei dovuto portarlo con me, ma non mi riuscì di trovarlo. Impossibilitato a rimandare la partenza decisi di lasciargli in giardino il necessario a rifocillarsi in mia assenza. Quando tornai, al momento, non lo vidi. Guardai la ciotola del cibo ma da quella quantità enorme ne mancava veramente poco. Cominciai a preoccuparmi. La sera andai al lavoro. Al mio ritorno parcheggiai e, come era suo solito, lo trovai ad aspettarmi davanti al cancello di casa. Che pena! Era ridotto pelle e ossa. Pensai non avesse mangiato più per il dispiacere del mio allontanamento. Mi trotterellò dietro fin dentro casa e ci facemmo una lunga “pomiciata” felici entrambi di esserci ritrovati. Poi mangiucchiò qualcosa e si andò ad accucciare nella sua cassetta in bagno. Il giorno dopo le cose non migliorarono, anzi! Era debole, debolissimo. Eppure nonostante ciò faceva degli sforzi inauditi per venirmi incontro a salutarmi per poi subito tornare a rincantucciarsi. Il giorno dopo ancora, rimase nella sua cuccia tanto stava male. Decisi per l’indomani mattina di portarlo dal veterinario. Mi avviai come di consueto alla mia occupazione notturna. Quando rientrai a casa andai verso il bagno. Sul pavimento macchie scure. Poi lo vidi, in un angolo del soggiorno… morto! Emorragia interna. Mi avvicinai e mi salì il nodo in gola. Lo accarezzavo e gli parlavo. Avevo perso un amico, un vero amico. C’era un rispetto immenso tra di noi in quel reciproco riconoscimento che l’amicizia e l’affetto non possono essere vincolati da niente e da nessuno. Piansi all’idea che quell’esserino presentendo la propria morte mi avesse fatto dono, in un atto di fiducia smisurata, dei suoi ultimi momenti. In un secondo tempo ebbi però motivo di rimorso notando che allo stremo delle proprie forze aveva cercato di uscire per morire come aveva sempre voluto vivere: libero! Vista la situazione avevo trascurato di lasciargli accessibile il suo solito pertugio. Di questo ancor oggi mi rammarico, ma confido mi abbia nel frattempo perdonato questa sciagurata negligenza. Jaq non c’è più ormai da tanto tempo, ma di lui conservo e conserverò gelosamente la lezione importantissima che mi ha dato:

AMORE E LIBERTA’ COINCIDONO… non può essere altrimenti!

Ed è, paradossalmente, proprio la paura di perdere l’altro il metodo più efficace per distruggere le relazioni

*     *     *

Ed egli imparò a volare, e non si rammaricava per il prezzo che aveva dovuto pagare. Scoprì che erano la noia e la paura e la rabbia a rendere così breve la vita di un gabbiano.
Ciascuno di noi è, in verità, un’immagine del grande gabbiano, un’infinita idea di libertà, senza limiti.

 (Richard Bach)

*     *     *


(Depeche Mode – Free Love)

And I’m only here
To bring you free love
Let’s make it clear
That this is free love
No hidden catch
No strings attached
Just free love

0024. Com-Prensione

0024

Sette miliardi di paia d’occhi guardano lo stesso mondo. Sette miliardi di paia d’occhi vedono sette miliardi di mondi diversi

Ogni volta riusciamo a vedere ciò che vedono gli occhi di qualcun altro ci avviciniamo di un gradino alla Verità. Ogni volta qualcuno ci concede di vedere attraverso i propri occhi è Amore

Sette miliardi di gradini per arrivare in cima alla montagna ed avere la visione totale dell’Esistenza. Sette miliardi di gradini per poter affermare di conoscere Se stessi

SETTE MILIARDI DI GRADINI… NON UNO DI MENO!

*     *     *


(Edie Brickell and New Bohemians – 10000 Angels)

I’m feeling feelings like I never felt before
My head is reeling when I used to be so sure
Of why I’m here and why it is I’m going there
But now I fear I’m not getting anywhere
10,000 demons are scratchin’ at my feet
Tearing at my soul ripping apart my belief
10,000 angels are flying overhead
Circling the ceiling reaching down onto my bed
I said, ‘Come to me I really want you
Come to me because I need you now
Come to me I really want you
Come to me I will go anywhere with you’
I rode my bicycle too fast and I fell down
A lot of people saw me fall onto the ground
I was embarrassed see my face turning red
I heard the angels laughing way above my head
I said, ‘Come to me I really want you
Come to me because I need you now
Come to me I really want you
Come to me and I will go anywhere with you’
10,000 demons are scratchin’ at my feet
Tearing at my soul ripping apart my belief
10,000 angels are flying through my heart
whispering secrets and tearing me apart
Ten million people close their eyes to sleep
Ten million people pry the Lord my soul to keep

0018. Entropia dell’Eros

0018

Quella insita nelle Passioni è la manifestazione di Energia più potente a portata d’Uomo. Di per se essa non ha forma; è libera, prorompente, selvaggia e tendente per sua natura alla dissipazione ed al Caos. L’Uomo si fa sopraffare da questa Forza immane perchè ignora di avere il Potere di controllarla, indirizzarla, porla sotto il suo completo dominio e volontà:

il Potere di un Dio Creatore!

Questo è il senso della parola Castità, un senso che nessun prete di una qualsivoglia religione ricorda più; e che di sicuro anche lo ricordasse non ti verrebbe a sbandierare: molto meglio vendere mele un tanto ad obolo…