Quale Islam!?

Al Nuri moschea

Moschea di Al Nuri a Mosul, capolavoro dell’arte islamica del 1200, distrutta ieri dall’ISIS. Quella in cui Al Baghdadi con il suo bel rolex al polso e con la benedizione(armi, soldi e appoggio logistico) americana, europea, araba, turca ed israeliana si autoproclamò califfo del fantomatico stato islamico

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Facci ha diritto ad odiare l’Islam. Vadano lui, Feltri e Sallusti a riprendere Raqqa e Deir el-Zor dall’Isis (link)

‘Senza Putin, la Siria avrebbe cessato di esistere’: intervista a padre Daniel Maes (link)

Deputato iraniano ebreo: La vita degli ebrei in Iran migliore che in Europa (link)

Quella brigata cristiana dell’esercito di Hezbollah (link)

La guerra dentro l’Islam – La conferenza degli imam sunniti a Grozny scomunica il wahabismo (link)

 

Cronache di ordinaria degenerazione

I risultati del terrorismo e la nostra libertà

Dal momento che, negli ultimi mesi, in televisione sto guardando quasi unicamente i canali con i cartoni animati, non ho idea se qualcuno all’interno dei tg abbia fatto notare questo particolare: gli attentati colpiscono i luoghi pubblici facendo strage di persone comuni, lavoratori, studenti, bambini… e mai i luoghi di potere. Come mai non vengono colpiti i politici, i grandi banchieri, i finanzieri? L’ira delirante dei terroristi, a me non pare delirante per niente, o meglio, lo è sicuramente da parte dei burattini esecutori materiali, ma i mandanti hanno un piano ben orchestrato, lucido, che evidentemente non ha nulla da spartire con “l’abbattimento della cultura capitalistica e infedele dell’Occidente”, e ha invece molto a che vedere con il terrorizzare la gente della strada, ossia i dipendenti, i consumatori, non i grandi capitalisti, i venditori. Il terrore non sfiora i luoghi del potere e della finanza, questo non vi fa riflettere? Non vi inquieta? Non vi insospettisce che “organizzazioni mosse dal fanatismo religioso”, le quali, a detta dei media, avrebbe dichiarato guerra all’Occidente, non prendano mai di mira chi l’Occidente davvero lo governa, ma solo chi ne è governato? Per comprendere le motivazioni – e magari scoprire chi si nasconde dietro il terrorismo – dobbiamo guardare i risultati pratici, senza farci incantare dallo sbandieramento mediatico delle ideologie. Il risultato è che questo terrorismo sta facendo gli interessi dei potenti occidentali, a sfavore della gente comune, anziché, come dovrebbe fare un reale terrorismo, abbattere i potenti e consapevolizzare la gente. Fermo restando che lo strumento del terrore è sempre da condannare in toto, faccio notare che quello di estrema sinistra degli anni ’70-’80, quello ideologico, colpiva politici e giornalisti, non mamme che andavano al supermercato. Quando avvenivano le stragi, si è successivamente chiarito che erano “stragi di Stato”, ossia, di nuovo, terrorismo dei potenti nei confronti della gente. All’atto pratico, il risultato di questo terrorismo è che orienta l’odio del cittadino occidentale verso l’islamico, che in fondo appartiene alla sua stessa classe sociale, deviandolo dalla classe sociale dei politici e dei finanzieri, i suoi veri nemici, coloro che lo stanno impiccando giorno dopo giorno. Inoltre, secondo risultato del terrorismo, forse il più importante, quando aumenta il terrore la gente accetta di perdere ulteriori fette di libertà, sopportando, se non addirittura accogliendo di buon grado, un incremento di controlli su tutti i livelli. Ecco che diventa normale andare in Stazione Centrale a Milano o in Stazione Porta Nuova a Torino e vedere soldati armati con fucile sfilare in mezzo alla gente (scene che una volta si vedevano solo in tempo di guerra) … in nome della sicurezza … e la gente è felice.
“Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza” ci ricorda Benjamin Franklin. Infatti, alla fine, non otterrà né libertà né sicurezza, aggiungo io, perché avrà chiesto aiuto – e quindi concesso ogni giorno maggior potere – proprio a coloro che sono i suoi veri nemici. Le recenti vicende legate al decreto sui vaccini in Italia, rientrano in questo processo di perdita del potere da parte dei cittadini: in nome della sicurezza dei nostri figli, abbiamo perso la libertà di decidere se lo Stato può iniettare qualcosa nei nostri corpi. L’iniezione obbligatoria di Stato, non s’era mai vista. Quasi nessuno se n’è accorto, ma proprio qui in Italia si è creato un precedente fondamentale. Ovviamente, fino a quando il tuo modo di pensare e le scelte dello Stato coincidono perfettamente e, come in un atto di sodomia magistralmente calibrato, tu permetti che lo Stato, un centimetro alla volta, entri sempre di più nella tua vita privata, per te non rappresentano dei problemi né la presenza di soldati armati nei luoghi pubblici né la restrizione della tua libertà decisionale. Ma se un giorno tu, cittadino ingrato, dovessi trovarti in disaccordo con le procedure dello Stato, iniziando a dubitare del fatto che esso operi sempre solo per il bene tuo e dei tuoi familiari, allora sarà troppo tardi: l’atto sodomitico sarà così avanzato che tu non potrai più divincolarti per sottrarti ad esso… se non rischiando di farti molto male.

Salvatore Brizzi

Inquisizione psicanalitica (link)

False accuse di antisemitismo, strumento del nuovo maccartismo (link)

Dall’Ucraina a Berlino, avanza lo stato totalitario del kulandro (link)

 

Il ponte tibetano

ibisvesinet1910

La morte è il solo saggio consigliere che abbiamo. Ogni volta che senti, come a te capita sempre, che tutto va male e che stai per essere annientato, voltati verso la tua morte e chiedile se e vero; la tua morte ti dirà che hai torto; che nulla conta veramente al di fuori del suo tocco. La tua morte ti dirà: “Non ti ho ancora toccato”. La morte è la nostra eterna compagna. E’ sempre alla nostra sinistra, a un passo di distanza. Ti è sempre stata a osservare. Ti osserverà sempre fino al giorno in cui ti toccherà. Come ci si può sentire tanto importanti quando sappiamo che la morte ci da la caccia? La cosa da fare quando sei impaziente, è voltarti a sinistra e chiedere consiglio alla tua morte. Ti sbarazzi di un’enorme quantità di meschinità se la tua morte ti fa un gesto, o se ne cogli una breve visione, o se soltanto hai la sensazione che la tua compagna è lì che ti sorveglia. Devi chiedere consiglio alla morte e sbarazzarti delle maledette meschinerie proprie degli uomini che vivono come se la morte non dovesse mai toccarli. Tu ti senti immortale, e le decisioni di un uomo immortale possono essere cancellate o rimpiante o dubitate. In un mondo in cui la morte è il cacciatore, non c’è tempo per rimpianti o dubbi. C’è solo il tempo per le decisioni. Non importa quale sia la decisione, Non c’è cosa che sia più o meno seria di un’altra. Non capisci? In un mondo in cui la morte è il cacciatore non ci sono decisioni grandi o piccole. Ci sono solo decisioni che prendiamo di fronte alla nostra morte inevitabile.

Don Juan Matus

 

 

Com’era bella l’Italia quando non eravamo liberisti

DI ALESSANDRO MONTANARI

Interessenazionale.net

Qualche giorno fa, illustrando il 25esimo rapporto sui cambiamenti economici e sociali, l’Istat ci ha spiegato con la forza fredda dei grandi numeri, che l’Italia è un Paese in declino, nel quale le diseguaglianze aumentano invece che ridursi. La classe media è risucchiata nel proletariato, il proletariato si accapiglia col sotto-proletariato per un po’ di lavoro o un po’ di welfare mentre una piccola schiera di privilegiati scivola dietro la curva e scompare dall’orizzonte.

Di fronte a questo scenario, di solito, i sociologi dicono che l’ascensore sociale si è rotto. Ma non è così. L’ascensore sociale non si è rotto; è stato manomesso da una selvaggia impostazione economica che regge la globalizzazione e che va sotto il nome di neo-liberismo.

Per spiegarmi voglio essere del tutto anti-scientifico. Non ricorrerò alle medie di Trilussa che soccorrono gli economisti quando vogliono dirci che tutto va bene anche quando sembra che tutto vada male. No. Per convincervi che tutto andava bene quando sembrava che tutto andasse male, io ricorrerò ai miei ricordi di gioventù. Niente di più soggettivo, niente di più vero.

Erano gli anni 80, i jeans si portavano ancora sopra il livello delle mutande, nessuno si sarebbe mai arrischiato a mangiare pesce crudo in un ristorante cinese e Mani Pulite non ci aveva ancora privato di una classe politica paurosamente incline alle tangenti ma anche fieramente impermeabile al capitalismo liberista. Dai grandi sentivo dire che avevamo un sacco di guai, che oggi scopro essere gli stessi di sempre; anzi, gli stessi di tutti i Paesi. In quell’Italia però l’ascensore sociale funzionava. Coi suoi tempi, scalino dopo scalino, ma funzionava.

La prima cosa che ricordo è che in classe l’appello contava una trentina di nomi. Le famiglie erano più numerose di oggi e a scuola ci mischiavamo tutti: i figli dei ricchi coi figli dei poveri coi figli della classe media. Al di là di qualche accessorio più scintillante, tuttavia, lo stile di vita non era poi così differente. Con diecimila lire trascorrevamo, tutti insieme, la serata in pizzeria.

Non ricordo problemi di disoccupazione. Chi non aveva voglia di studiare, se ne andava a fare il muratore, l’operaio o l’artigiano e a 18 anni riuscivi pure ad invidiarlo perché si era già potuto comprare una macchina burina che piaceva alle ragazze burine. Ma allora nessuno sembrava burino, forse perché lo eravamo tutti.

Una cosa che proprio non esisteva era Equitalia. Fatta eccezione per l’acquisto della casa e dell’automobile, non ci si indebitava per i beni voluttuari. Nessuno faceva un finanziamento per andare in vacanza, comprare un motorino e tantomeno un televisore da 42 pollici. Nemmeno te lo proponevano. Le cose, molto semplicemente, si compravano quando si avevano i soldi per comprarle. Altrimenti, si aspettava.

In famiglia, ma più in generale nella società, c’era una cultura condivisa del risparmio. Il denaro non era il presente, il denaro era il futuro. Lo insegnavano i nonni, dotandoci di salvadanai nei quali accumulare gli spiccioli delle mance e regalandoci buoni postali che avremmo riscosso una volta maggiorenni, toccando con mano, e con anni di ritardo, tutta la concreta lungimiranza del loro affetto.

Insieme al risparmio, l’altro grande valore era lo studio. Ricordo padri e madri fieri di poter mandare i propri figli, miei compagni, al liceo anziché alla scuola professionale e poi commossi fino alle lacrime per il primo laureato della casa. Nessuno allora parlava in modo sprezzante del “pezzo di carta”. La laurea era la garanzia di una promozione sociale che nessuno avrebbe più retrocesso e che diventava una conquista collettiva dell’intera famiglia. Non solo dello studente; anche di chi, con sacrificio, gli aveva consentito di studiare.

L’istruzione, tuttavia, non era l’unico trampolino sociale. Tanti operai, dopo qualche anno di apprendistato e specializzazione, riuscivano a coronare il sogno di “mettersi in proprio”. Si diceva così e lo si diceva con orgoglio perché aprire una partita iva, allora, era ancora una libera scelta. Andavi in banca, spiegavi il tuo progetto, ti davano un prestito e cominciava l’avventura che segnava la vita: da operaio a padrone. Quelli però erano padroni diversi dai grandi industriali di ieri e dai piccoli manager di oggi. Quelli erano padroni che, dentro, continuavano a sentirsi operai. Padroni che usavano le mani, che parlavano in dialetto e che conservavano un’intima diffidenza per i saputelli anglofili che poi avrebbero rovinato tutto.

Com’era bella quell’Italia. Provinciale, ombelicale, modesta, furbacchiona, eppure così solida, generosa e vitale.

Scrivere è terapeutico. Così mi accorgo solo ora del motivo profondo per cui ho scritto questo articolo senza capo né coda. L’ho scritto perché non riesco a perdonare chi mi ha portato via quel Paese. Non perdono chi ci ha abituato a fare debiti per tv ultrapiatte, chi ci ha venduto come modernità i co.co.co, i co.co.pro e i voucher e chi ha inchiodato i giovani ad un telefonino per distrarli da un oggi senza domani.

Più di tutto, però, io non riesco a perdonare chi non ha soccorso quei piccoli eroi dalle mani callose che, piuttosto di abbassare la saracinesca di una fabbrica, hanno scelto di abbassare la saracinesca di una vita. Padroni perché padroni di loro stessi. Operai perché operosi.

A. Montanari

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